domenica 2 ottobre 2011

•Recensione: OSCAR WILDE - Il Ritratto di Dorian Gray (The Picture of Dorian Gray)

Ritratto di un dolore

«Come il ritratto di un dolore
un viso senza cuore.
»
Hamlet - William Shakespeare



Cosa veramente guadagna un uomo se conquista la vita eterna ma perde la propria anima?
A partire dalla nascita, ad ogni individuo viene concesso di vivere la propria esistenza nella maniera che più gli aggrada: qualche forza superiore gli dona la facoltà del libero arbitrio, che lo porta ad agire per tutta la vita secondo i principi dettati dalla propria coscienza o dal proprio istinto, per poi arrivare a sfociare nella più o meno prematura morte, il momento in cui è costretto a pagare il prezzo delle azioni commesse.
In generale, la vita è troppo breve per preoccuparsi di ogni singola scelta e farsi carico di tutti gli sbagli, eppure un solo madornale errore può determinare uno scotto straordinariamente oneroso; infatti, anche se la mente può riuscire ad ignorare ciò che si è commesso, la coscienza, al contrario, non dimentica nulla.
Ma, a volte, nonostante ci si prodighi per agire nella giusta direzione, non si può fare a meno di cedere alle tentazioni. In fondo, secondo il proverbio, la strada per l'inferno è lastricata di buone intenzioni.

Come ci ricorda Oscar Wilde nella sua straordinaria opera, in alcuni momenti la passione per il peccato arriva a dominare a tal punto una persona che ogni fibra, ogni cellula del suo corpo e ogni neurone del suo cervello sembrano votati ad essa. Uomini e donne arrivano a compromettere a tal punto la propria volontà, tanto da dirigersi deliberamente, quasi senza avvedersene, verso una terrificante fine. Sono stregati, automi racchiusi in un involucro di carne, privi di qualsiasi libertà di scegliere: la loro coscienza è languida e agonizzante, attiva al solo scopo di «conferire alla rivolta il suo fascino e alla disobbedienza il suo incanto».
Quando quella vibrante stella del mattino, quel sublime spirito dagli occhi lucenti di nome Dorian Gray, precipitò come un angelo ribelle dal cielo notturno, era molto lontano anche solo dall'immaginare come questo fosse il tremendo destino che gli spettava.

«Un sogno di forma in giorni di pensiero», questo è il modo in cui Basil Hallward descrive Dorian Gray all'amico Henry Wotton, per la prima volta, al cospetto del suo ritratto non ancora terminato. Lord Wotton non può fare a meno di rimanere incantato dalle sublimi fattezze del giovane rappresentato, un Adone fatto di avorio e di petali di rosa, un Narciso nel fulgore della propria grazia, una creatura bellissima e pura, qualcosa di sovrannaturale, al limite dell'essenza umana. «Il tuo giovane e misterioso amico, il cui nome non mi hai mai rivelato, ma il cui ritratto mi affascina davvero, [...] dovrebbe essere sempre qui d'inverno, quando non abbiamo fiori da ammirare, e anche d'estate, quando desideriamo qualcosa che rinfreschi la nostra intelligenza.»
Come dargli torto. Nel viso e nella presenza di Dorian Gray dimoravano tutto il candore dell'innocenza, con la sua purezza illibata, e la passione di una giovinezza non ancora compromessa: possedeva la bellezza conservata per noi dai marmi greci, come se fosse rimasto incontaminato dal mondo e dalle brutture che l'esistenza può recare con sè.

Eppure la vita di Dorian Gray non era sempre stata semplice, anzi, la storia della sua nascita possedeva la stessa suggestione di una strana favola d'amore: una donna bellissima rovinata da una folle passione, un crimine orribile, un'agonia solitaria e poi un figlio nato dal dolore; ed, ancora, la madre portata via dalla morte e il bambino lasciato nelle grinfie di un vecchio, un tiranno privo tanto carità quanto d'amore.
Tutto questo, secondo Lord Henry, contribuiva ad inquadrare il giovane e a renderlo più perfetto; d'altronde, dietro la venuta al mondo di una tale creatura, doveva esserci qualche cosa di veramente tragico: «l'universo deve travagliare perchè un fiorellino possa nascere».

Nonostante tutto, Dorian Gray, all'età di diciassette anni, era un ragazzo delizioso e Lord Henry era convinto di poter fare di lui un tipo veramente meraviglioso; poteva essere plasmato a proprio piacimento e la giuste mani potevano renderlo un titano o condannarlo alla miserabile esistenza di un giocattolo. Che peccato che una tale bellezza fosse destinata a svanire!

Con l'avanzare degli anni e della storia, il giovane sembrerà destinato ad affascinare qualunque persona verrà posta dal destino sul suo passaggio: molti arriveranno a vedere in lui l'incarnazione del tipo umano da tutti sognato, coniugante in sé stesso sia la cultura dello studioso che la passione dell'uomo di mondo.
Dorian Gray arriverà ad appartenere a quella schiera di individui perennemente votati alla grazia e tenterà di rendersi perfetto adorando la bellezza; si rivelerà un esteta e, in quanto tale, assumerà come principio regolatore della propria vita -e, di conseguenza, della coscienza- non i valori morali, il bene o il male, il giusto o l'ingiusto, ma esclusivamente il bello.
Vivrà costantemente la propria vita alla ricerca delle sensazioni più rare e squisite, circondandosi di qualsiasi tesoro prezioso in grado di adattarsi alla sua bellezza, diventando un collezionista di quadri, stoffe, gioielli, strumenti musicali e libri antichi. Proverà orrore per la volgarità e la banalità che molto spesso accompagneranno il popolo dei salotti che si ritroverà a frequentare e, per questo, si auto-collocherà aldilà della morale comune, in una sfera di assoluta eccezionalità rispetto agli uomini da lui ritenuti mediocri. Ogni atto della propria vita arriverà a sublimarsi da materiale ad artistico ed Arte e Vita finiranno per compenetrarsi a vicenda, fino a migliorarsi, a perfezionarsi e, in ultima istanza, a confondersi totalmente.
Il simbolo di tutto ciò: un quadro, un ritratto per la precisione.
Il quid pluris: Lord Henry Watton.
Lo strumento: il pittore Basil Hallward.

A partire dal primo incontro fra il pittore e l'esteta, la personalità di quest'ultimo inizierà ad esercitare una straordinaria influenza sul primo. Dorian Gray rappresenterà per il giovane artista un modo alternativo di guardare la vita e una nuova originalità artistica, che si manifesterà a Basil improvvisamente, come una folgorazione, alla stregua di un silenzioso spirito dei boschi profondi che, quasi senza avvedersene, arriva a rivelarsi alla luce del sole, stregando chiunque abbia l'ardore di posare lo sguardo su di esso.

Dominato nell'anima, nella mente e nelle azioni, Basil arriverà ad adorare il suo giovane modello, «l'incarnazione visibile di quell'ideale invisibile la cui memoria perseguita molti artisti come un sogno squisito» e, giungerà a considerarlo l'ombra in vesti umane di un'idea di platonica memoria, probabile archetipo di qualche altra forma ancora più perfetta.
Ma in un'adorazione di tale portata vi è un pericolo, che trova il proprio nido ideale sia nella paura di perdere l'oggetto idolatrato come anche in quella di mantenerlo. Ed è qui che entrerà in scena Lord Henry Wotton, l'input e il suggello della dannazione del giovane Dorian.

Per Henry Wotton vivisezionare era un'attitudine naturale e la vita umana era, in fondo, l'unica cosa degna di essere investigata, nella sua essenza fatta di piacere e dolore, di peccato e redenzione. Per questo, trovandosi di fronte a un corpo incontaminato e a un'anima verginale come quella di Dorian Gray, non fu in grado di resistere alla tremenda eccitazione di esercitarvi la propria influenza, di proiettare la propria personalità dentro quella forma graziosa e di osservare l'effetto che faceva.
Convogliare la propria natura in un'altra era un'arte sottile e maliziosa che Henry Wotton sembrava non aver alcuna difficoltà ad esercitare.

Con poche parole, Lord Henry, nei riflessi di un pomeriggio di primavera, sconvolse e trasformò per sempre lo spirito di Dorian Gray; gli consigliò di far fruttare la sua giovinezza con ogni mezzo, lo ammonì di non dilapidare l'oro dei suoi giorni stando ad ascoltare i noiosi, o cercando di rimediare a un fallimento senza speranza, o regalando la sua vita agli ignoranti, ai dozzinali, ai volgari. Nulla doveva perdersi di quella creatura sublime, che doveva essere assurta allo status di simbolo vivente, quello di un nuovo Edonismo: il mondo doveva appartenere a quel ragazzo, anche solo per una stagione!
Ma per Dorian Gray il tempo stringeva: i palpati appassionati dei suoi diciassette anni, in un decennio si sarebbero convertiti in membra indebolite e in sensi logori; quell'indole gioiosa avrebbe assunto la pateticità di uno spirito fantoccio, troppo spaventato dal tempo anche solo per dedicarsi alla memoria delle vecchie passioni. Ed allora sarebbe finito tutto: al mondo vi era posto unicamente per la bellezza e per la giovinezza.

Per Dorian Gray l'adorazione dei sensi era stata fino a quel momento qualcosa di astratto e pertanto subdolo, allettante ma ignobile. Dorian non aveva mai compreso che la vera natura delle passioni conduce al piacere e al bello e, improvvisamente, le parole di Henry Wotton lo allarmarono e gli fecero percepire l'urgenza di creare una nuova spiritualità, con l'istinto della bellezza come tratto distintivo, in grado di riscattare l'umanità intera, resa animalesca e primitiva dalle sofferenze e dalle privazioni. L'unico scopo di questa nuova dottrina doveva essere l'esperienza stessa e non il suo frutto, dolce o amaro a secondo dei casi; l'uomo doveva abbandonare l'ascetismo e concentrarsi sui singoli momenti della vita, perchè, come aveva profetizzato Lord Henry, questa in un'attimo sarebbe potuta svanire, lasciando il suo posto solo ad una parvenza di esistenza.
Ecco che agli occhi del lettore, in questa presa di coscienza, si concretizza la seduzione di uno spirito puro e la sua iniziazione diabolica, in cui un maestro cinico e mortale, Henry Wotton, trascina Dorian sulla via della perdizione, facendone il suo discepolo e la sua vittima.

Lord Henry minò direttamente al cuore dell'innocenza di Dorian Gray e instillò nel giovane un folle desiderio di conoscenza: il pericolo arrivò a deliziarlo, conducendolo alla convinzione che ogni aspetto della vita, per venire appreso, doveva essere sperimentato direttamente sulla pelle. Il sentimento della propria bellezza gli sovvenne come una rivelazione, quando gli era rimasto sconosciuto fino ad allora: ora poteva vedere in maniera palpabile l'ombra della propria avvenenza e trarre da essa profitto, con tutte le conseguenze del caso.

Il passaggio dall'ignara ingenuità dell'infanzia alla maliziosa consapevolezza di essere diverso dai propri simili, segnò per Dorian Gray l'inizio di una nuova esistenza, dominata da quella fatalità che sembra accompagnare ogni distinzione fisica ed intellettuale e che pare perseguitare senza tregua tutti i grandi protagonisti della Storia dell'uomo. «Noi tutti soffriremmo per quello che gli dèi ci hanno dato. Soffriremo terribilmente.»

Al cospetto del suo ritratto, Dorian Gray è in grado di percepire l'ineluttabilità di una sorte incombete e in esso decide di rimettere il segreto della propria vita. Il suo stesso volto dipinto arriva ad osservarlo con crudeltà, quasi per deriderlo, il bel viso perfetto e immutabile, il sorriso appena accennato, i capelli per sempre lucenti, gli occhi vividi e scintillanti. Un incredibile senso di disperazione accompagna questa nuova terrificante presa di coscienza, fino al punto di assumere i contorni di una logorante compassione per sè stesso: tempo qualche anno e l'oro dei suoi capelli si sarebbe inaridito nel grigio della vecchiaia, gli occhi avrebbero perso qualsiasi lucentezza e il rosa delle sue guance si sarebbe avvizzito in un pallore mortale.
Incatenato al ticchettante scorrere del tempo, ogni mattina Dorian Gray si sarebbe seduto davanti al quadro, meravigliandosi e innamorandosi della propria bellezza improntata su una tela, mentre uno specchio gli avrebbe mostrato il vero sè stesso condannato ad assumere le sembianze una creatura spregevole, tanto mostruosa da meritare di essere nascosta dalla luce del sole e lasciata morire chiusa a chiave in una stanza.

Così il folle desiderio di sottrarsi al dolore di una giovinezza destinata ad estinguersi per sempre, arriverà ad abbandonare il suo fautore per impregnarsi nella pittura, intrecciandosi con ogni singola sfumatura delle tempere, capovolgendo il destino come solo il più bieco patto col demonio sarebbe in grado di fare. Per sempre splendido, per sempre ammirato, Dorian Gray avrebbe riconosciuto nel quadro il più magico degli specchi: seguendo la propria mente nei luoghi più segreti, il ritratto, che per primo gli aveva rivelato la bellezza del suo corpo, ora gli avrebbe svelato la sua anima.

Quando per il Dorian Gray dipinto sarebbe venuto l'inverno, il suo alter ego di carne avrebbe recato con sè una primavera eterna; quando il sangue sarebbe defluito dal viso del quadro, portandosi via l'incanto della giovinezza, il vero Dorian Gray avrebbe mantenuto qualsiasi fiore della sua bellezza; forte e invincibile come un dio greco, e, soprattutto, immortale.
Il dado era tratto: giovinezza eterna, passione infinita, piaceri segreti, gioie sfrenate e vizi ancor più sfrenati, ora erano a lui concessi: il ritratto avrebbe portato il peso della sua vergogna; ad ogni peccato commesso, una macchia indelebile avrebbe deturpato il sé stesso dipinto e questo, mutato o no, sarebbe stato per lui l'emblema visibile della coscienza.

Da qui ha inizio il degrado vertiginoso di Dorian Gray, sempre più innamorato della bellezza e sempre più interessato alla rovina della propria anima: tanto più conosceva e tanto più desiderava conoscere.
In questo vortice di perdizione, il lettore accompagnerà Dorian in ogni suo passo, dai salotti sfavillanti ai più sordidi quartieri di una grigia mostruosa Londra, in una girandola di uomini e donne spregevoli, vizi travolgenti, splendidi peccati e morti innocenti.

E' la Londra del XIX secolo, la Londra del lusso più opulento e della miseria più sfrenata, la Londra delle fumerie d'oppio, dove si poteva comprare l'oblio, e dei bugigattoli dell'orrore, dove la vergogna dei peccati trascorsi poteva essere cancellata con la follia di nuovi peccati. In questa realtà marcescente si muove sinuosa la splendida figura di Dorian Gray, portando con sè la propria vita senza anima e il peso di una coscienza ripugnate, coperta da un panneggio, rinchiusa nel buio di una stanza polverosa.

Non vi sarà redenzione: come ci ricorda Oscar Wilde, nella prefazione all'Opera, «ogni eccesso, così come ogni rinunzia, reca il proprio castigo». Lord Henry Wotton, spettatore della commedia, ne rimarrà ferito più profondamente che se ne avesse preso parte; il pittore Basil Hallward, fautore di vanità e idolatria, morirà per mano stessa dell'oggetto da lui venerato; Dorian Gray, che abbandonò lo spirito per il piacere, assassinando la propria coscienza, ucciderà anche sé stesso.

Il Ritratto di Dorian Gray è un'Opera meravigliosa: con squisite perifrasi dal suono delicato, tutti i peccati del mondo passano in rassegna, in una sfilata terrificante e silenziosa. Lo stile è quello inconfondibile e curiosamente prezioso di Wilde, contemporaneamente vivido e oscuro, intriso tanto di grazia quanto di disperazione. La vita dei sensi, tramite la sua penna, diventa filosofia mistica ed è difficile comprendere se ciò che si legge sia frutto delle fantasie estatiche di un qualche santo o delle confessioni morbose di un peccatore. Pagine intrise dell'odore dolciastro dell'oppio e del delicato profumo delle rose, pagine monotone e musicali, uno spartito fatto di nenie ancestrali e ritornelli elaborati, pagine che parlano di amore e ombre, di fantasticherie e di malattie sognanti.

Oscar Wilde mette tutto sé stesso in questa opera e al lettore non resta che adagiarsi ed osservare rapito l'eccezionale ferrea logica delle passioni, la variopinta e commossa vita dell'intelletto e seguire entrambi, in un vortice di eventi, fino a giungere nel punto in cui tutto si ritrova, si riunisce e svanisce.

«Dicono che i grandi eventi dell'umanità si svolgono nello spirito.
 Ed è nello spirito,solo nello spirito, che si commettono i grandi peccati dell'umanità.»

venerdì 19 agosto 2011

•Recensione: ITALO SVEVO - La Coscienza di Zeno

L'incoscienza di Zeno Cosini

«Già credo che in qualunque punto dell'universo ci si stabilisca si finisce coll'inquinarsi.  
Bisogna muoversi. La vita ha dei veleni, ma poi anche degli altri veleni che servono di contravveleni.
Solo correndo si può sottrarsi ai primi e giovarsi degli altri.»

Il primo decennio del XX secolo giocò un ruolo fondamentale nella vita di Aron Hector Schmitz, oggi più comunemente conosciuto con lo pseudonimo di Italo Svevo.
Alla vigilia della Grande Guerra, oltre al debutto nel mondo industriale, si verificò un altro evento capitale che avrebbe determinato inequivocabilmente la successiva formazione intellettuale e professionale dello scrittore triestino: Svevo conobbe James Joyce. Questi, giovane scrittore esule dall'Irlanda e professore alla Berlitz School di Trieste, tenne per Svevo diverse lezioni d'inglese e ne divenne intimo amico, inaugurando così un rapporto fervido di scambi intellettuali e destinato a durare negli anni a venire.
Joyce sottopose all'attenta analisi dell'amico le proprie poesie e i racconti di Gente di Dublino, mentre Svevo gli chiese a sua volta un parere sui romanzi pubblicati fino ad allora, ottenendone lusinghe e incoraggiamenti a non abbandonare l'attività letteraria.

Ulteriore motivo di condivisione e sostegno fra i due intellettuali si presentò alla fine della guerra, nel 1919, quando Italo Svevo, ormai sollevato dalla propria attività commerciale -la sua fabbrica di vernici venne requisita per ordine delle autorità austriache-, pose mano al suo terzo romanzo, La Coscienza di Zeno. Pubblicato nel 1923 l'opera non riuscì tuttavia a riscuotere alcuna risonanza fra i lettori italiani, motivo per cui un esasperato Svevo mandò il proprio scritto a Parigi, per ricavarne un appoggio dall’amico Joyce. Questi ne riconobbe immediatamente lo straordinario valore e adoperò tutti i propri mezzi per portarlo all'attenzione degli intellettuali francesi; fu così che si concretizzò il debutto internazionale di Svevo, destinato a conquistare larga fama in Francia e poi in tutta Europa, ma senza riuscire, nonostante tutto, a scalfire l'aura di diffidenza e di disinteresse formatasi intorno a lui in patria.

Questa indifferenza tutta italiana non era certo una novità per Italo Svevo: anche le precedenti pubblicazioni erano state marcate a fuoco dall'insuccesso più totale.
La prima, Una Vita, fu scritta in una fase arida e opprimente dell'esistenza dell'autore, nella quale Svevo era gravato dal peso di un mortificante lavoro impiegatizio, a cui era costretto a causa delle ristrettezze economiche in cui la propria famiglia versava in seguito a un investimento industriale sbagliato da parte del padre. La pubblicazione passerà sostanzialmente inosservata.
La seconda opera, Senilità, venne alla luce accompagnata da uno stato d'animo totalmente diverso: Svevo aveva sposato Livia Veneziani, cugina conosciuta al capezzale della madre, e il matrimonio aveva segnato una svolta fondamentale nella sua vita.

L'«inetto» Svevo, macerato da infinite insicurezze, trovava finalmente un terreno fertile su cui fondare le proprie radici, raggiungendo così il tanto agognato status di pater familias, punto di riferimento per il proprio focolare e dominatore del mondo domestico. La famiglia Veneziani, inoltre, era ottimamente inserita nel mercato internazionale, grazie a una fabbrica di vernici antiruggine per navi, e fu ben felice di accogliere nella propria ditta il nuovo genero.
Svevo si trovò così, improvvisamente, proiettato nel mondo dell'alta borghesia e da intellettuale si tramutò in dirigente d'industria, un uomo d'affari perfettamente a suo agio nel solido mondo del commercio, dove ciò che veramente contava erano il business e il profitto. Progressivamente Svevo abbandonò l'attività letteraria, iniziandola addirittura a guardare come qualche cosa di insidioso, malsano e sospetto, che poteva irrimediabilmente compromettere la sua nuova vita così produttiva; a tale decisione contribuì, senza alcun dubbio, il tremendo insuccesso di Senilità, caduto nel dimenticatoio subito dopo la pubblicazione, ancor più rapidamente che Una Vita. Il "Caso Svevo" scoppierà solo nel 1925 e lui, l'autore, colui che successivamente verrà innalzato nella rosa dei più autorevoli rappresentati del Novecento italiano, sarà costretto ad attendere quel momento per ben trent'anni.
Ma cosa aveva determinato la disfatta degli anni precedenti?

La fisionomia letteraria di Italo Svevo apparve fin dal principio ben diversa da quella della maggioranza degli scrittori a lui contemporanei. Come primo elemento discriminante vi erano i natali: Svevo, pur non essendo religioso, era di origini israelitiche e le radici ebraiche ebbero una notevole influenza sulla sua attitudine culturale complessiva; alcuni critici sostengono che l’ossessione di Svevo nel votare i protagonisti delle proprie opere all’inettitudine più incondizionata, fosse in realtà il risultato della concezione dell’autore stesso riguardo alla condizione dell’uomo ebreo nella civiltà europea dell’epoca.
Non vanno inoltre trascurate le caratteristiche peculiari dell’ambiente in cui Svevo arriverà a formarsi; Trieste, allora territorio dell’Impero Asburgico, era una città di confine, centro della cultura mitteleuropea, nella quale arriveranno a convergere i nuclei di tre civiltà completamente differenti: quella italiana, quella tedesca e quella slava. Ciò permise all’autore de La Coscienza di Zeno di fare propria una prospettiva intellettuale molto più ampia rispetto a tanti altri scrittori italiani e di presentarsi con uno pseudonimo volto a sottolineare la propria devozione sia alla cultura italiana (Italo) che a quella tedesca (Svevo).

Trieste, oltre ad essere un crogiuolo di popoli e identità, era anche una città prettamente commerciale ed era proprio alla borghesia imprenditoriale che Svevo apparteneva. Ben lontana era la figura tradizionale del letterato italiano, integro e schietto, la cui attività dominante era unicamente la scrittura, che gli consentiva di non occuparsi di nient’altro o quasi; la formazione di Svevo, innanzitutto, non fu rigorosamente umanistica, ma commerciale, e la propria cultura letteraria e filosofica fu determinata da un sentimento puramente autodidatta, caratteristica che condizionò anche la successiva vita professionale. Italo Svevo fu prima impiegato di banca e poi dirigente d’industria, mentre la letteratura non rappresentò per lui altro che un’attività collaterale, esercitata in parallelo alle incombenze quotidiane. Tutto ciò rende Svevo uno scrittore estremamente atipico, soprattutto per la sua epoca, fattore determinante per ciò che andranno a costituire e a rappresentare le sue opere.

La Coscienza di Zeno apparve sulla scena editoriale italiana venticinque anni dopo Senilità. Quel quarto di secolo trascorso era stato cruciale non solo nell’evoluzione interiore e letteraria di Italo Svevo, ma aveva portato con sé trasformazioni radicali anche nell’assetto europeo, nella concezione del mondo e nei movimenti culturali. In quei venticinque anni sull’Europa si era abbattuto il cataclisma della Prima Guerra Mondiale, ovvero la chiusura di un’epoca e l’esplosione di nuova era, fatta di avanguardie artistiche e letterarie, tramite le quali iniziavano ad affacciarsi nuove filosofie e teorie, fra cui quella della relatività e la psicanalisi. Questo è il fertile humus culturale dal quale scaturisce La Coscienza di Zeno, pregno di tutti gli elementi di un’epoca, fondato su soluzioni innovative e quasi mai sperimentate prima.

L’impianto narrativo, innanzitutto: Svevo abbandona il tipico modulo ottocentesco della terza persona, del romanzo narrato da una voce esterna e anonima, per addentrarsi nei meandri dell’io narrante e della confessione autobiografica. La “Coscienza” del titolo, infatti, non è altro che un memoriale, quello di Zeno Cosini che scrive su invito del proprio psicanalista, il fantomatico Dottor S. (ritratto di Sigmund Freud o alter ego di Svevo stesso), a scopo terapeutico e per agevolare la cura vera e propria. L’autore costruisce un espediente narrativo, immaginando che sia il Dottor S. stesso a pubblicare il manoscritto del signor Cosini, come vendetta nei confronti del paziente per essersi sottratto alla cura e per aver frodato il medico del frutto dell’analisi. Zeno, infatti, come spiegherà in un breve diario allegato al termine dello scritto, in seguito ai notevoli successi commerciali da lui ottenuti nel corso della guerra, si riterrà completamente guarito dalla “malattia” che lo aveva portato ad avvicinarsi alla psicanalisi.

La ricostruzione del passato di Zeno si articolerà in sei temi fondamentali, a ciascuno dei quali sarà dedicata una sezione del memoriale, talvolta molto ampia, in quanto ogni segmento arriverà ad abbracciare un’estesa fase della vita del protagonista. Dopo una rancorosa prefazione da parte del Dottor S. stesso e un preambolo in cui Zeno illustrerà i propri inutili tentativi di risalire con la memoria al tempo dell’infanzia, gli argomenti dei capitoli successivi tratteranno la dipendenza dal fumo e gli esperimenti per liberarsene, la tragica morte del padre, la genesi del proprio matrimonio, il rapporto con la moglie Augusta e con l’amante, la giovane e bella Carla ed, infine, la storia della devastante associazione commerciale con il cognato Guido Speier; al termine di tutto, un diario di poche pagine, nel quale Zeno sfogherà il proprio rancore verso lo psicanalista e documenterà i momenti salienti della propria presunta guarigione.

La narrazione di eventi di tale portata, tuttavia, sarà tutt’altro che lineare: la voce di Zeno guiderà il lettore avanti e indietro nel tempo, in accordo con gli sforzi da lui tentati per ricostruire il proprio passato; eventi contemporanei potranno essere così distribuiti in più capitoli successivi e vi saranno ampi sbalzi temporali fra un pagina e l’altra. In questo modo anche l’uso del tempo si alienerà totalmente dalla tradizione ottocentesca, dove gli eventi si presentavano unicamente in ordine cronologico, e darà origine a quello che gli inglesi successivamente chiameranno “stream of consciousness, il flusso di coscienza, che diverrà il principale veicolo di successo per scrittori del calibro di James Joyce, Virginia Woolf e Jack Kerouac.
Il tempo del vissuto, ovvero il passato, si intreccerà intimamente con il tempo del racconto, il presente, nel quale uno Zeno ormai anziano cercherà di raccogliere le fila della propria memoria.

Attraverso il suo “monologo” il protagonista ricostruirà così innumerevoli aspetti della sua vita passata, componendo ritratti di personaggi da lui conosciuti e commentando i vari accadimenti che lo vedranno partecipare sia in qualità di oggetto che di soggetto. Tuttavia non è al vero e spontaneo germinare dei pensieri a cui il lettore assiste, ma al suo rimaneggiamento: Zeno riordinerà le proprie reminiscenze secondo la loro pertinenza nei confronti dell’argomento trattato, e le metterà per iscritto, fattore altamente discriminante; mettere parole su carta presuppone una rielaborazione logica e perciò non sarà l’io più profondo ad emergere. Zeno, infatti, manipolerà le vicende a suo piacimento, erigendo barriere e censure e distorcendo i punti di vista secondo i suoi fini.

L’«inetto» e nevrotico Zeno è chiaramente un narratore inattendibile. Il primo a denunciarlo è il Dottor S. stesso, nella prefazione: «Sembrava tanto curioso di sé stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!». L’intero manoscritto si tramuta così in una colossale operazione di autogiustificazione, volta a dimostrare l’innocente ruolo di Zeno in tutte le situazioni narrate, dal rapporto con il padre a quello con la moglie e l’amante, fino ad arrivare all’amicizia-rivalità con Guido Speier; in realtà ciò che Zeno tenta in tutti i modi di celare, emerge prepotentemente da ogni singola pagina: non vi è nulla di ingenuo o onesto, gli impulsi reali del protagonista sono regolarmente ostili e aggressivi, a volte addirittura omicidi. Zeno stesso arriverà ad auto-ingannarsi, mentendo sistematicamente: la negatività dei suoi impulsi profondi genereranno in lui tormento e senso di colpa, per cui sarà l’inconscio stesso ad avviare un’operazione di auto-assoluzione.

I momenti cruciali della vita di Zeno arriveranno così ad essere governati da inclinazioni subcoscienti, le stesse che lo porteranno a iniziare a fumare di nascosto i sigari del padre e a scegliere come moglie Augusta, nell’attimo immediatamente successivo al rifiuto delle di lei sorelle, diniego sprezzante da parte della bella Ada e giustificabile per la più giovane Alberta. La personalità di Zeno Cosini si rivelerà, quindi, un intreccio indistricabile di motivazioni oscure e di ambiguità senza speranza di risoluzione, spesso totalmente opposte a quelle dichiarate consapevolmente.

Fra gli snodi fondamentali vi sarà il rapporto con il padre, paradossalmente l’origine stessa dell’«inettitudine» del protagonista: Zeno è tale appunto perché non ha alcuna speranza di coincidere o quantomeno avvicinarsi all’immagine paterna, solida e virile, questo a causa sia di ragioni individuali che storiche, prima fra tutte la crisi che l’individuo borghese, a inizio ‘900, si ritroverà a vivere.
Zeno ha un assoluto e imperante bisogno di integrarsi nella società benestante a cui appartiene e pertanto di non sentirsi più “malato” ma “normale”, status raggiungibile solo a patto di arrivare ad incarnare la figura del buon padre di famiglia e dell’affidabile uomo d’affari.
Sarà proprio questa disperata ricerca dell’ordine più banale a portare Zeno a sposare la mediocre Augusta e, al contempo, a proclamarne non solo l’amore, ma anche la più fulgida ammirazione per la sua «perfetta salute». Augusta si rivelerà un’impeccabile sostituta della figura materna, veicolo di benessere stillante la sicurezza e la dolcezza di cui Zeno sovente avrà necessità.

Infine, come in ogni romanzo di Svevo, l’«inetto» si ritroverà ad affrontare la figura del rivale, incarnata nel cognato Guido Speier, la sua esatta antitesi. Guido verrà descritto come colto e affascinante, sicuro di sé stesso, magnifico suonatore di violino (al contrario di Zeno, in grado unicamente di strimpellare melodie terribili) e, fatto ancor più importante, tombeur de femmes; Guido, infatti, riuscirà a conquistare e sposare la bella Ada, sorella di Augusta e primo sogno e desiderio dell’«inetto» rivale. Zeno, inizialmente, manifesterà un’ostilità scoperta nei confronti di Guido e arriverà addirittura a soffocare l’impulso di ucciderlo, trattenendosi dal spingerlo giù da un muretto durante una loro passeggiata notturna.
Successivamente, i sensi di colpa per questi istinti a stento repressi, inaccettabili per la sua coscienza, lo porteranno a seppellire i suoi veri sentimenti sotto una maschera di ostentazione, inscenando un patetico e improbabile affetto fraterno. Anche a distanza di molti anni, al tempo di redigere il suo memoriale, l’anziano Zeno non sarà ancora disposto ad ammettere il suo odio e continuerà a protestare di aver amato Guido Speier più di un fratello.

Eppure apparirà fin troppo evidente, dalle parole del protagonista stesso, come, nel momento in cui Guido si ritroverà a precipitare in caduta libera verso la rovina più totale, Zeno sarà sì al suo fianco, ma unicamente come spettatore impassibile del suo tragico fallimento. Dopo il suicidio dello Speier, l’inconscio dell’«inetto» arriverà a convincerlo di essere stato un “compagno” magnanimo e affettuoso e proprio nella dedizione ossessiva che Zeno manifesterà nel voler onorare la memoria dell’amico, si evidenzierà tutto il suo odio: il postumo salvataggio del patrimonio di Guido decreterà il vero trionfo di Zeno, rivelando tutta la fragilità di un nemico tutt’altro che onnipotente, pietosa vittima dei suoi stessi errori. L’episodio del funerale, ovvero quando Zeno narrerà di aver preso parte al corteo funebre sbagliato, ne sottolineerà l’ostilità latente, ne rivelerà gli impulsi più profondi e l’euforia che pervaderà il protagonista, nell’attimo successivo alla realizzazione del madornale errore, dimostrerà come l’«inetto» vittorioso avverta tutta la propria forza e la propria “sanità” nei confronti di un antagonista ormai incatenato all’ineluttabilità della morte.

Tuttavia, La Coscienza di Zeno non arriverà a costituire soltanto una spietata operazione di smascheramento, manifesto di falsa moralità e fulgida testimonianza di autoinganno; il fattore più illuminante e ammirevole dell’intera opera di Svevo sarà costituito dal mutamento di prospettive, che porteranno Zeno stesso ad essere non solo “oggetto” di critica, ma anche “soggetto”. L’«inettitudine» del protagonista si rivelerà quindi un ottimo pretesto per osservare con tutta comodità la presunta “normalità” del prossimo, in particolare quella dei membri della classe borghese in cui Zeno vorrebbe identificarsi; la “malattia” del protagonista fungerà da strumento straniante, ingegnoso dispositivo atto a portare alla luce l’inconsistente “sanità” degli altri che, ad una visione superficiale, sembrano vivere perfettamente soddisfatti, senza mai vacillare nella solidità delle proprie certezze o dei propri principi.

In questo modo il virile padre di Zeno si trasmuterà in un essere debole e indifeso e il ritratto che ne verrà dipinto sarà quanto mai cattivo e corrosivo. Questi, riluttante persino ad accettare che la terra sia in movimento, dimostrerà tutta la chiusura tipica dei “normali”, cristallizzati nelle proprie convinzioni e gerarchie, in realtà gli autentici veleni che arrivano a consumarli; e così arriverà a realizzarsi il paradosso, ovvero che saranno i “sani” ad assumere il ruolo di veri “malati”.
Allo stessa maniera la soave bontà di Augusta, a proprio agio solo all’interno del “nido” familiare e sorretta da una cieca fiducia nelle autorità, vere o presunte, apparirà quale espressione della più biasimevole ottusità, che la renderà incapace di valutare e ragionare in maniera critica, cieca a tal punto da essere perfino impossibilitata ad accorgersi dei sistematici tradimenti del marito.

Augusta costituirà l’emblema della “normalità” borghese, piantata al centro del mondo e irremovibile dalla sua posizione; al contrario, Zeno si rivelerà come un essere fluido, incostante e inafferrabile, caratteristiche che lo condanneranno per sempre a restar fuori da quel mondo “normale” e a valutare la realtà che lo circonda con diffidenza e malessere.
Lo sguardo di Zeno sconvolgerà le gerarchie e renderà ogni identità una facciata, ogni figura una maschera fumosa e indistinta, incerta e ambigua, convertendo la sanità in follia, la forza in malattia. Nel rivoltare le verità e nello stravolgere i fatti, Zeno sarà al contempo cieco e chiaroveggente, costruirà alibi e rivelerà le menzogne più subdole: mistificando la realtà offrirà la giusta chiave per far venire a galla la verità di ciò che lo circonda.

Davanti a una realtà deformata e deviata a tal punto, non vi è neppure una voce, un narratore onnisciente che riporti l’ordine, che giudichi gli avvenimenti in base a valori determinati e ineluttabili. In questo folle caos si continuerà ad ascoltare solo la coscienza di Zeno, che procederà nella propria narrazione senza alcun punto di riferimento: starà unicamente al lettore stabilire se ciò che è scritto possa essere identificato come «verità» o «bugia» o, molto più probabilmente, tutt’e due le cose insieme.

domenica 7 agosto 2011

•Recensione: ERICH MARIA REMARQUE - Niente di nuovo sul Fronte Occidentale

Singing "Amen I, I'm alive"

«Questo libro non vuol essere
nè un atto d'accusa nè una confessione.
Esso non è che il tentativo di raffigurare
una generazione la quale -anche se sfuggì alle granate-
venne distrutta dalla guerra.»

Pace a lui. 
Pace al povero soldato che cammina sotto l'immenso cielo,  lungo la via che spietata gli si stende dinanzi.
Pace al povero soldato con gli scarponi grandi e goffi e con i pantaloni larghi e sformati, che sotto le ampie pieghe celano la gracilità di un fisico imberbe.
Pace al povero soldato che troppo presto dimentica, che non è neppure più in grado di essere triste, che non riesce più a commuoversi davanti al vasto cielo notturno.
Se gli deste una carezza, un bacio o uno sguardo benevolo, forse vi guarderebbe stranito, forse non vi capirebbe più; ha ormai il cuore pieno di terra, come le sue scarpe, e ha dimenticato tutto, fuorché la marcia. Sparute sorgono le immagini di tutto ciò ch'egli ha perduto, ma che gli sembrano così lontane, come se non le avesse possedute mai: e fra queste, non sono forse là i suoi vent'anni?

Erich Maria Remarque impiegò unicamente sei settimane per redigere quella che è tutt'ora considerata la più notevole testimonianza della Grande Guerra. Lui stesso visse l'esperienza della trincea, venendo destinato al fronte francese nord-occidentale presso Verdun e fu proprio qui che, nel 1917, visse in prima linea uno dei più terribili combattimenti della Prima Guerra Mondiale, la Battaglia delle Fiandre. La brutalità della guerra segnerà profondamente l'esistenza del giovane Remarque, all'epoca appena diciannovenne, e al contempo determinerà la sua vocazione letteraria: saranno proprio le ferite interiori causategli dalle atrocità belliche che lo spingeranno a scrivere.

Il romanzo-diario Niente di nuovo sul Fronte Occidentale ricostruisce la cronistoria delle battaglie sul fronte francesce e, fin dalla premessa, scritta nel tono di un aforisma, sottolinea come anche i sopravvissuti alla guerra, nonostante conservassero una parvenza di vita, ne fossero usciti terribilmente distrutti e lacerati, irrimediabilmente incrinati nell'animo.

Tutto prende avvio da un professore di scuola, Kantorek, e dalla sua propaganda incessante, da lui condotta così alacremente tanto da portare l'intera sua classe -fra cui l'io narrante Paul Bäumer- ad arruolarsi nelle milizie tedesche. L'insistenza di Kantorek arriverà a persuadere perfino il giovane Josef Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo, uno dei pochi che ebbe, almeno inizialmente, la volontà di esercitare una strenua resistenza all'arruolamento, ma che alla fine non fu in grado di tirarsene fuori; era infatti impensabile disertare in un'epoca in cui perfino i genitori avevano la parola "vigliacco" a portata di manoLa maggior parte della gente non aveva la più pallida idea di ciò che stava per accadere, se non i poveri, paradossalmente gli unici ragionevoli, i semplici, che tuttavia stimarono immediatamente la guerra come una disgrazia, mentre i borghesi erano fuori di sé dalla gioia.
Il Fato volle che fu proprio il giovane Josef Behm uno dei primi a cadere, in maniera atroce: colpito agli occhi durante un assalto e lasciato per morto, tentò di trascinarsi a carponi verso la propria trincea, ma venne abbattuto a fucilate prima che uno solo dei suoi compagni potesse avvicinarsi.

Occorre far carico al professor Kantorek di questa inutile e tragica morte? In realtà, in Germania e non solo, di Kantorek ve n'erano a migliaia e disgraziatamente erano tutti convinti di agire per il meglio, irretendo la ragione e improntando la gloria. E in questo sta il loro fallimento e la rovina di una generazione. Come maestri di vita, i professori dovevano essere per i diciottenni chiamati alle armi delle guide indiscusse, ciceroni dell'età virile, con il compito di introdurre ogni giovane anima, anche la più acerba, al mondo del lavoro, al senso civico, alla cultura, al progresso, in poche parole all'avvenire. Ma la morte di Josef Behm madò in frantumi qualsiasi convinzione; il primo fuoco tambureggiante sottolineò tutti gli errori commessi e la prima granata disintegrò la concezione del mondo che qualsiasi professore avesse mai potuto insegnare ai suoi allievi.
Mentre i Kantorek continuavano a scrivere e a parlare, gli ospedali rigurgitavano feriti e moribondi; mentre si continuava a esaltare la grandezza dello Stato e l'importanza di servirlo, il terrore della morte serpeggiava negli animi di giovani e vecchi. Nonostante quei fiduciosi e imberbi allievi continuassero ad amare la propria patria e ad avanzare con coraggio ad ogni chiamata, erano ormai in grado di distinguere la verità e di guardarla in faccia. Erano improvvisamente soli e da soli dovevano sbrigarsela, costretti a vivere i propri vent'anni in trincea.

Così giovani non avevano neppure progetti determinati per l'avvenire, niente che potesse riguardare carriera o famiglia; in compenso, erano saturi delle idee indistinte dell'adolescenza, che ammantavano la vita e anche la guerra di un carattere irrealistico e dolcemente romantico.
Le dieci settimane di caserma li trasformarono più profondamente di quello che dieci anni di scuola avrebbero potuto fare. Presto ognuno dovette imparare come un paio di stivali nuovi o un bottone lucido fossero più importanti che non la matematica e come i declami dei propri superiori fossero più perentori di qualsiasi aforisma di  Schopenhauer. Prima furono colti da un genuino stupore, che lasciò facilmente il posto all'esasperazione e poi alla più passiva indifferenza, quando ormai ciascuno si rese conto che, in tempo di guerra, ciò che conta davvero non è il pensiero o lo spirito, ma l'istinto e il sistema, e che non vi era più senso di essere liberi se non si era in grado di obbedire allo "scattare".
L'entusiasmo e la buona volontà instillati in questi giovani animi dal professor Kantorek al tempo di arruolarsi, presto si estinse: patria era in  realtà rinuncia della propria personalità, guerra era unicamente sinonimo di distruzione.
«Saluto, attenti, passo di parata, presentat'arm, fianco dest', fianco sinist', battere i tacchi, cicchetti e mille piccole torture. Ci eravamo figurati diversamente il nostro compito; sembrava che ci si preparasse all'eroismo come cavalli da circo; ma finimmo coll'abituarci.»

Con la più raffinata educazione di caserma, anime ancora candide urlarono di rabbia e i novelli cadetti impararono ad essere spietati, vendicativi, duri e diffidenti, le poche qualità necessarie per andare in guerra. Senza un allenamento del genere, nessun ragazzo poteva sperare di sopravvivere o di conservare la propria sanità mentale: era il modo più efficace di prepararsi a ciò che li attendeva.
Di pari passo, tuttavia, iniziò a svilupparsi un atavico senso di solidarietà, che venne ancor più elevato dal fronte, originando l'unico sublime prodotto di una guerra, il cameratismo, l'unico strumento in grado di strappare un'anima dall'abisso del più disperato abbandono. E così all'homo homini lupus della trincea si contrappose, affiancandovisi, l'animale sociale di aristotelica memoria, sublimando nei singoli individui gli estremi dell'umana natura.

D'altronde, solo il fronte poteva riuscire a generare qualcosa di simile: la vita ai confini della morte si limita all'indispensabile, ritorna alle radici, mentre tutto il superfluo è cloroformizzato. E' proprio nella primitività che si aggrappa la salvezza: una maggiore evoluzione avrebbe condotto alla pazzia, alla diserzione,  alla morte o, nel migliore dei casi, a un inutile consumo di energia. Il fronte riduceva quei vent'anni all'essenza di un animale appena pensante, impastandone la sensibilità e rendendo la ragione capace di sopportare l'orrore, le membra di sostenere le mutilazioni e gli occhi di guardare attraverso la polvere, il sangue e il gas mefitico.

Sostando in attesa lungo la linea di fuoco, in quelle stesse posizioni ormai occupate troppe volte, i volti di quei vent'anni non appaino nè più pallidi nè più accesi del consueto, nè contratti nè rilassati. Eppure qualcosa si è attivato: la coscienza della guerra ha sviluppato una sorta di contatto elettrico con il soldato, dotandolo della duttilità dei sensi e della pazienza di attendere la propria morte. Vi è come l'impressione che la terra del fronte stesso emani una sorta di fluido benefico volto a mobilitare i nervi fino alle più remote fibre, sconosciute perfino all'organismo. Ed è così che il fante nella terra trova sostegno e rifugio, vi si aggrappa lungamente e violentemente nell'angoscia mortale del fuoco, come farebbe con un amico, un fratello o un'amante. Nel silenzio di una buca scavata da una granata, il soldato soffoca il suo terrore, sperando di essere risucchiato dal fango stesso, per allontanarsi per sempre dallo spasimo dell'orrore e dagli spettri dell'annientamento.
E nonostante tutto, sul fronte si deve continuare a combattere, fare dietro front, ritornare all'attacco al termine di una ritirata, trascinati avanti da qualcosa che ormai non è più volontà; quei giovani ragazzi non sono più uomini, ma automi privi di pensiero e personalità, follemente selvaggi, furibondi e assetati di sangue, bramosi di uccidere quelli che sono i propri nemici mortali, prima di essere sterminati a loro volta.

Eppure se sapessero qualcosa di loro, di coloro che vanno a distruggere, come si chiamano, come vivono, cosa amano e cosa li affligge, probabilmente la furia svanirebbe lasciando il posto a un tremendo turbamento e poi alla compassione. Se si guardassero l'un l'altro negli occhi vedrebbero dietro quei volti apparentemente spietati tutto il dolore della creatura che dietro vi si cela, la tremenda tristezza della vita e la crudeltà umana. Fu unicamente un ordine a rendere l'uomo che si sta depredando della vita un nemico e un altro ordine potrebbe trasformarlo di nuovo, in pochi secondi, in un amico, un alleato. 
Pochi individui, investiti di onnipotenza, firmarono intorno a un tavolo un foglio scritto, una dichiarazione di guerra che per anni divenne lo scopo supremo di milioni di uomini, mutilandoli, condannandoli o assurgendoli ad eroi; uomini come tanti, come tutti noi potremmo conoscere, ma soprattutto ragazzi, spogliati della propria vita e della propria morale.

E' quindi con sgomento che osserviamo Franz Kemmerich morire senza nessuno accanto e lasciare come unica eredità un paio di stivali, oppure il compagno Albert Kropp, raffinato pensatore e fedele amico, che brama il suicidio per una gamba mutilata. E che lacerante strazio seguire passo a passo le riflessioni, gli stupori e i tremori del giovane Paul Bäumer -io narrante e alter ego di Remarque stesso-, nella perenne lotta contro i suoi demoni, dentro una buca, al cospetto dell'uomo che ha ucciso, oppure immerso nel terrore di dover rimanere solo al mondo, angoscia che lo porterà a trasportare fino a stremarsi il corpo dell'amico Katzinski, senza neppure accorgersi della di lui morte.

Questi sono i vent'anni al tempo di guerra, questa è la generazione di ferro, bloccata in un presente atroce, ma senza il conforto di un passato o la speranza nel futuro. Non vi è neppure la consolazione degli anziani con mogli, figli e professioni già tanto forti che neppure la guerra è in grado di distruggere. Questi poveri ventenni non hanno altro che i proprio genitori, qualcuno una ragazza, praticamente nulla contando che, nella loro età, l'influenza dei genitori è ridotta al minimo mentre la donna non è ancora dominante.
 «All'infuori di questi sentimenti non v'è gran cosa in noi: la nostra vita non andava più in là del nostro entusiasmo e della scuola, e di tutto ciò nulla è rimasto».

Come sembra assurdo tutto quello che nella storia dell'uomo è stato pensato, scritto o realizzato, se qualcosa del genere è ancora possibile! Come appare tutto falso e inconsistente se la genialità umana non è neppure riuscita a impedire che scorrano tali fiumi di sangue, che esistano prigioni di tortura e che milioni di corpi orribilmente lacerati, che a fatica si definirebbe ancora umani, occupino i letti di migliaia di ospedali. E come è possibile che un giovane di soli vent'anni, non conosca altro della vita se non il terrore, la disperazione, la morte e un infinito abisso di sofferenze.

La guerra non concede più di essere giovani con la voglia di assaporare la vita a pieni polmoni o di prendere il mondo d'assalto, ma obbliga a sfuggire addirittura da sè stessi: arruolati a diciott'anni, quando appena si inizia ad amare il mondo, per poi essere costretti a sparargli contro. «La prima granata ci ha colpiti al cuore; esclusi ormai dall'attività, dal lavoro, dal progresso, non crediamo più a nulla. Crediamo alla guerra.»

I più atroci orrori vengano rappresentati quasi casualmente dalla scrittura di Remarque, come elementi qualunque di vita quotidiana; tuttavia, gli occasionali momenti di bellezza si distinguono e risplendono sfolgoranti sul turpe sfondo della battaglia. Man mano che il romanzo procede si assiste a una crescita esponenziale dei protagonisti: si induriscono, diventano spietati e sanguinari, per poi trascinare il lettore di fronte alle più fulgide imprese sia di nobiltà che di tragedia, come solo l'uomo comune in guerra è in grado di compiere.
«"Compagno" dico al morto, ma con pacatezza: "oggi a te, domani a me. Ma se scampo, compagno, voglio combattere contro ciò che ci ha rovinati entrambi: che a te ha tolto la vita...e a me? La vita anche a me. Te lo prometto, compagno. Non dovrà accadere mai più."»

martedì 26 luglio 2011

•Recensione: DAVID NICHOLLS - Un Giorno

This could really be a good life.

«Immaginiamo un giorno a scelta isolato dal contesto della vita.
Fermati, lettore, e rifletti a lungo sulla lunga catena di vil metallo o oro,
spine o fiori, che non ti avrebbe mai legato,
se non fosse stato per la formazione di quel primo anello
in quel giorno memorabile»
Charles Dickens, Grandi Speranze

Li avete notati? Sono ovunque, impossibile non vederli. 
Donne e uomini, persone di qualsiasi genere o età, stipati sugli autobus o in metropolitana, nei bar o nei centri commerciali, fra lo sferragliare dei treni e gli sbadigli delle sale d'attesa, tutti chini su un libro, un romanzo con una caratteristica copertina arancione. Con buona probabilità staranno ridacchiando impotenti o, tranquillamente e senza vergogna, staranno asciugandosi una lacrima. Di certo si saranno dimenticati del mondo che li circonda.

Il libro che li assorbe in maniera così catartica è Un Giorno di David Nicholls, pubblicato nel lontano giugno 2009, ma che solo ora sembra aver imboccato la traversina del passaparola, raggiungendo un successo di dimensioni enormi. Venuto alla luce in un mondo editoriale in fermento, sgomitando fra il colosso svedese Stieg Larsson e la vampiresca Stephenie Meyer, in poco più di un anno è stato in grado di conquistarsi un posto nelle classifiche, tramutandosi in best-seller e diventando il più venduto romanzo inglese del 2010Ancora più sorprendente risulta il successo internazionale: tradotto in ben 31 lingue si aggiudica per tre mesi un posto d'onore sulla bestseller list del New York Times. Riesce a emergere anche oltreoceano e conquista un lettore dopo l'altro a  partire dall'editore americano di Nicholls che racconterà di come i suoi colleghi probabilmente lo giudicarono pazzo, vedendolo rinchiuso nel proprio ufficio per un giorno intero con il libro di Nicholls in mano, ridendo ad alta voce un minuto e singhiozzando come un bambino quello dopo.
Ma cosa rende così speciale Un Giorno? Innanzitutto la struttura non è fra le più usuali.

E' il 15 Luglio 1988, siamo ad Edimburgo e Emma e Dexter sono raggomitolati l'uno accanto all'altra sul letto a una piazza della ragazza, nudi e pieni di belle speranze, a ridere sommessamente e a parlare del futuro e dei propri progetti. E' la loro prima alba da laureati... è la loro prima alba insieme. Da quella notte, nel 15 Luglio di ogni anno, le vite di Emma e Dexter in qualche modo si incroceranno. Il 15 Luglio non è una data a caso: è la festa di St. Swithin e St Swithin's Day è la canzone con cui la lacerante voce di Billy Bragg evoca dal 1985 sepolte nostalgie. Un Giorno rivisiterà Emma e Dexter in questa ricorrenza nel corso dei successivi vent'anni, che li vedranno tracciare le proprie vite in parallelo, senza tuttavia allontanarsi mai veramente l'uno dall'altra, mantenendo sempre una connessione indissolubile fra loro, che diverrà ogni volta più scoppiettante ed evidente nei loro momenti di intersezione: Emma e Dexter sono più felici, più divertenti, semplicemente persone migliori quando sono insieme e per questo sono destinati ad amarsi perdutamente.

In questo modo due sconosciuti diventeranno una coppia di amici, migliori amici, anche se le loro strade arriveranno a divergere radicalmente. Il 15 Luglio potrà capitare di vederli a cena, a raccontarsi le miserie e le conquiste dell'anno passato, oppure sul ponte di un traghetto sul Mar Egeo, ad arrostirsi al sole e a leggere; non sarà raro vederli battibeccare, litigare e incriminarsi a vicenda, per poi rincorrersi, lasciare un messaggio a una stupida segreteria telefonica, ubriacarsi, ritrovarsi e fare l'amore fino a diventare adulti. Quello che appare evidente a chiunque, ovvero che Emma e Dexter in fondo sono fatti l'uno per l'altra, è un pensiero ricacciato nelle profondità del cuore di entrambi, perché la verità è che Em e Dex sono troppo innamorati per deludersi.

Grazie a questo stratagemma narrativo, David Nicholls  scatta anno dopo anno una serie di splendide fotografie che aprono e chiudono le fasi cruciali della vita di Emma e Dexter, ventenni negli anni ottanta e poi via via quarantenni nel Nuovo Millennio. 
L'idea venne suggerita a Nicholls dalla Tess dei d'Ubervilles di Thomas Hardy, solita a prendere filosoficamente nota di tutte le giornate scolpite da un episodio. Un Giorno, tuttavia, suggerisce che esistono centinaia di momenti che viviamo come memorabili nel corso degli anni, ma a nessuno è veramente dato sapere se la catena delle cause e delle concause che può venirsi a formare cambi davvero qualcosa o ci lasci un margine di arbitrio.

La scelta di descrivere una storia d'amore con l'espediente di raccontare vent'anni nello stesso giorno si rivela essere un dispositivo estremamente efficace, in grado di fornire una serie di vivide istantanee di una relazione. Al termine di ogni capitolo il lettore si ritrova a chiedersi cosa accadrà dopo, quando improvvisamente, alla pagina successiva, un anno è già passato e la situazione è completamente stravolta, cambiata in modi sorprendenti, ma estremamente credibili. Infatti la vita è imprevedibile, sempre in bilico fra idillio e disperazione, volubile, incostante e per questo estremamente preziosa. 
Nicholls affermò di aver voluto creare «l'impressione di guardare attraverso un album fotografico», in modo che i personaggi cambiassero all'apparenza, rimanendo in fondo sempre fedeli a sè stessi. 

Tuttavia, ciò che tutt'ora rende Un Giorno un fenomeno editoriale non è il formato, bensì il contenuto, che fa appello alle donne così come agli uomini. I sessi, in generale, hanno abitudini di lettura molto diverse fra loro; senza cadere in stereotipi, vi è un'opinione molto diffusa di come le donne sulla carta stampata preferiscano il romanticismo e gli uomini il divertimento e i lazzi. In Un Giorno si ottengono entrambi: la commedia è travolgente e la storia d'amore colpisce il lettore con un grande wallop emotivo. Anche l'amore, a dirla tutta, è gestito in maniera estramente amichevole e scanzonata: non vi è sentimentalismo becero e neppure uno smodato uso di zuccherosa melassa. Le azioni vengono lasciate libere di parlare per sè stesse e le emozioni, molto realisticamente, non sono cristallizzate nelle proprie definizioni, ma aggrovigliate in una matassa indistricabile e confusa. E tutto ciò dipende in gran parte dall'estrema e tangibile bellezza dei due personaggi principali. Dex e Em, Em e Dex. Un dittico degno di passare alla storia, come Liz Taylor e Richard Burton, Fred Astaire e Ginger Rogers, Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti.

Lui è Dexter Mayhew, il prototipo della nuova razza dell'homo britannicus: bello, ricco, irriverente, megalomane, orgoglioso della propria libidine e della propria virilità. Dexter è tutto quello che una metropoli come la Londra degli anni '80 può desiderare di partorire: un giovane rampante nel fiore dei suoi anni, intimidito e imbarazzato da nulla, amante delle macchine sportive, degli orologi in titanio, dei locali notturni e del sesso sfrenato. Se non fosse per quel ciuffo sbarazzino sugli occhi, il sorriso sfrontato e la parlantina brillante, Dexter apparirebbe solo come l'ennesimo sbruffone insolente che, per qualche fortunata circostanza, ha raggiunto il piccolo schermo e il successo. Ma Dex, in realtà, è molte altre cose prima di essere lo scintillante presentatore dal finto accento cockney. Dexter è, in fondo, un romantico, un ragazzo dall'intelligenza brillante che sovente si trova a ricoprire la parte dell'adorabile imbecille

Lei è Emma Morley, rampolla del proletariato in ascesa: non è propriamente una vera bellezza, non possiede parentele altolocate o quantomeno benestanti, ha un irritante accento dello Yorkshire e non presta alcuna attenzione alla sua presenza fisica. Ha lasciato il suo paesino natale per trasferirsi ad Edimburgo, dove si è laureata a pieni voti in Lettere e Drammaturgia, non privandosi neppure del dottorato in Pedagogia. Senza dubbio Emma ha una mente davvero brillante, una lingua tagliente e un arsenale inesauribile di risposte sarcastiche e pepate: con un buon taglio di capelli e un vestito nuovo sembrerebbe davvero targata per il successo. Purtroppo tutto questo non le impedisce di rovinarsi i suoi anni migliori, lavorando in un ristorante messicano di infimo livello, e di dividere l'appartamento con una detestabile coinquilina, Tilly Killick, che non manca mai di farle trovare i suoi gargantueschi reggiseni a mollo nel lavandino della cucina oppure un pezzo di formaggio smozzicato nel frigorifero. 
E' opinione comune -anche di Dexter- che Emma, in fondo, lo faccia apposta a vivere male, quasi a volersi cucire addosso un'aura da poetessa maledetta, in modo da assecondare la propria vena creativa: infatti il sogno di Emma è quello di scrivere e non sarà raro vederla cimentarsi nella stesura di poesie, sonetti, pièce teatrali, romanzi, saggi e sceneggiature televisive impegnate. 
Eppure Emma Morley, a dispetto delle apparenze, è quanto di più lontano dal prototipo di nerdy che Londra ha da offrire: Emma, in realtà, è sveglia, intellettuale, indipendente e, pure lei, intimamente romantica. Tuttavia è anche estremamente, eccessivamente, consapevole: Emma, a differenza di Dexter, sa bene che maneggiare i sentimenti è come camminare sui carboni ardenti. 

Il primo incontro fra Em e Dex, come amano chiamarsi fin dal principio, ha un ché di surreale. Lei, osservando la pelle abbronzata di lui in controluce, non può a fare a meno di definirlo "fascinoso"; lui, guardandosi intorno nella stanza di lei, si rende conto di come ogni particolare ostenti una visione implacabile della vita, come un manifesto per giovani promesse e Emma, per giunta, sembra non aver alcuna vergogna a sbattergli la verità in faccia.Premesse interessanti, ma entrambi, dopo la prima notte insieme, concordano nel ritenere come il loro sia un amore troppo difficile per due ventenni con ancora il latte sulle labbra, così lo lasciano sfumare fra chiacchiere e caffè. Prima occorre pensare al futuro. Così arrivano i viaggi intorno al mondo di Dexter e lo snervante lavoro al Loco Caliente di Emma, i successi e le delusioni che ogni vita può offrire, fidanzate borghesi e uomini dall'umorismo terrificante, pastiglie di ecstasy, vodka all'arancia e lacrime amare. Lui alle prese con il proprio exploit televisivo da meteora e lei con i problematici adolescenti di una scuola di periferia.Questi sono Emma e Dexter: due indimenticabili protagonisti, decadenti e terribilmente reali, capace di far rimbombare le proprie commozioni all'interno della pancia e del cuore del lettore, sentimenti talmente profondi da sentirne la mancanza appena girata l'ultima commovente pagina.

La narrativa non sempre assomiglia alla vita; nei romanzi, molto spesso, tutti si prendono perlopiù sul serio, a partire dall'autore. Un Giorno, invece, si presenta con una garbata e stuzzicante dose di ironia, srotolando in un battibaleno vent'anni di vicende, per costruire una sola storia: quella di un amore sempre rinviato.Eppure non si tratta di un romanzo rosa, la cui funzione è apertamente afrodisiaca, capace di appagare l'indefinita tensione erotica femminile tra equivoci, interruzioni e ostacoli, ma che, alla fine della fiera, è in grado di fornire al lettore abbondanti dosi di desiderio e possesso. Niente di tutto questo è Un GiornoAmore c'è, sesso anche, elementi fondamentali nella chimica inconfutabile instauratasi fra Emma e Dexter, come in quella di ogni coppia. Ma con Un Giorno ciò che entra veramente in campo sono i sentimenti, quelli più belli e puri, che oggi definiremmo come "ottocenteschi". 
La storia d'amore è abbagliante e insidiosa e Emma e Dexter, nel loro procedere a tentoni, più di una volta, fra incontri, matrimoni falliti, sballi, viaggi e lavoro, rischieranno di perdere per sempre l'unica e più importante occasione che la vita gli ha offerto: il loro legame. 

Vent'anni sono veramente tanti. Impieghi, luoghi esotici, locali e abitudini, scorrono leggeri nel romanzo insieme al linguaggio, alle convinzioni, agli anni e alle ideologie, sballottando il lettore fra scintillanti studi televisivi e monolocali sconquassati, dalla campagna dell'Oxfordshire alla metropolitana londinese, improvvisamente e senza tregua, rendendo i cimeli della pagina precedente già il vintage di un'epoca passata.Nicholls si rivela un acutissimo osservatore di dettagli, sia che questi appartengano alla realtà sociale dei benestanti di periferia o a quella di un monolocale di Clapham, riuscendo a condire tutto con il caratteristico pizzico di ironia. E così la barba del preside diventerà un passamontagna, la frizzante co-conduttrice di Dexter parlerà in maiuscolo e si dimostrerà in grado di iniziare una lettera di condoglianze con la parola "Uei!" e l'uomo di Emma, Ian, dall'ironia deprimente, arriverà a farle la proposta della sua vita infilando l'anello di fidanzamento fra tentacoli di calamari. 

Ma in questo romanzo c'è ancora molto di più che le battute e la fornitura apparentemente illimitata di dettagli fumettistici. 
Divertente e lucido, Un Giorno si dimostra non del tutto conforme ai precedenti libri di Nicholls, legati al genere comedy, per cui, agli sfortunati eroi, ogni cosa accadeva appunto perché si era in una commedia. In Un Giorno, allo spumeggiante talento comico di David Nicholls, si aggiunge una ritrovata profondità e con il passare degli anni -e di tutti i 15 Luglio- la narrazione cresce esponenzialmente di potenza

La trasparenza della scrittura arguta di Nicholls richiama alla mente, ancora una volta, Nick Hornby: una prosa leggera ed estremamente scorrevole, ben lontana dal lasciare intravedere il duro lavoro che c'è dietro la propria composizione, ma comunque in grado di trasmettere la ricchezza delle proprie caratterizzazioni e il rifiuto di fornire qualsiasi tipo di consolazione facile. Infatti, nonostante la brillantezza comica, Un Giorno è anche un racconto sulla solitudine e sulla ferocia del destino, in grado di far emergere il terrificante divario fra le aspirazioni giovanili e i compromessi che, ahimè, si finisce per tollerare. 
Come Hornby, Nicholls preferisce la pop-culture alla high-culture e come Hornby riesce a colpire il jackpot del lettore più tradizionale senza sacrificare intelligenza e sottigliezza.

Beh, credo che ormai tutti ne sarete convinti: Un Giorno è davvero un meraviglioso, meraviglioso libro, saggio, divertente, ammiccante, compassionevole e, spesso, anche insopportabilmente triste.
Un Giorno è semplicemente emozionante, raffinato e leggero, naturale come il decadere delle epoche, delle etichette, degli ideali e dei modi per dannarsi.

venerdì 15 luglio 2011

•Recensione: LISA SEE - Fiore di Neve e il Ventaglio Segreto (Snow Flower and the Secret Fan)

Memorie di una laotong

«Una vera signora non tollera nulla di brutto nella propria vita.
  Solo attraverso il dolore si arriva alla bellezza.
  Solo attraverso il dolore si ottiene la pace.»

Quando Giglio Bianco, la nostra narratrice, ha solo sei anni, viene colpita dalla madre con un sonante schiaffo sul volto; nonostante il bruciore e l'umiliazione subita, la bambina non prova altro che felicità, tanto da essere obbligata a mordersi le labbra per non sorridere: quella percossa serviva ad attirare la fortuna e ad allontanare gli spiriti malvagi e, a dirla tutta, era la prima vera dimostrazione d'affetto che Giglio Bianco avesse mai ricevuto dalla madre.
Al cospetto di questa scena e delle parole di Giglio Bianco il lettore rimane attonito, sconvolto e, al contempo, completamente agganciato alla narrazione. In fondo, ritrovarsi ad assistere a una madre che cresce a schiaffi la propria figlia non dovrebbe essere una novità per chi legge: Lisa See, fin dalla prima pagina, infatti, anticipa gli avvenimenti e il lettore si ritrova ad aver appreso già abbastanza nozioni riguardo i costumi delle donne della provincia cinese del XIX secolo per riuscire ad anticipare il colpo.

Per gran parte di Fiore di Neve e il Ventaglio Segreto il lettore si scopre a trattenere il respiro, a scorrere le pagine in apnea, come se il vento fosse stato risucchiato dal proprio corpo o come se stesse annegando. Qualsiasi sia il sesso di chi legge, sfido chiunque a non rimanere allibito di fronte alla prosa di Lisa See; non stiamo parlando di alta narrativa e non ci troviamo al cospetto di un capolavoro del genere: è semplicemente  ciò che c'è scritto e la semplicità con cui viene riportato a spiazzare il lettore. Con rara vividezza e sensibilità, una donna occidentale, seppur di origini orientali, riporta quello che era il mondo della Cina ottocentesca, sorvolando sulle campagne, le città e gli imperi, per catapultarci in un piccolo villaggio rurale, Puwei; oltrepassiamo la soglia di un'umile casupola e veniamo gentilmente scortati all'interno della stanza al piano di sopra, quella delle donne, dove vi rimarremmo per quasi tutta la narrazione, al cospetto delle nostre protagoniste. Non sono nè eroine nè principesse, non saranno destinate a un avvenire da guerriere o da concubine: sono, semplicemente, donne comuni.

Ed è proprio questo il punto di snodo che costituisce la forza del romanzo: Giglio Bianco, l'io narrante, non parla al lettore con un linguaggio forbito, non narra straordinarie avventure, ma rivive, ormai ottuagenaria, la propria esistenza divisa fra quotidianità e dolori domestici. Non la vedremo combattere contro draghi o vivere una vita breve ma sfolgorante; Giglio Bianco sarà portavoce, insieme a tutte le co-protagoniste, di una realtà tanto semplice quanto inconcepibile, lontana anni luce dal nostro mondo occidentale: quella descritta è la condizione della donna della Cina, determinata dalla tradizione più ferrea, in nome della quale ogni impulso verso l'auto-realizzazione è stato arginato, l'identità individuale reclusa all'interno del nucleo familiare e poi sepolta fra le pieghe cerimoniali del matrimonio combinato.

Dalle parole di Giglio Bianco impariamo da subito l'imperativo a cui tutte le bambine erano tenute ad attenersi: avrebbero trascorso la maggior parte della loro esistenza recluse all'interno della stanza delle donne, nei quartieri femminili della casa in cui gli uomini entravano di rado, uno spazio in cui poter lavorare e scambiare opinioni.
L'essenza della società confuciana si basava, infatti, su una fondamentale distinzione, quella fra nei, il regno interno della casa appartenente alle donne, e wai, il mondo esterno appannaggio degli uomini. Pensieri e azioni femminili non erano tenuti ad oltrepassare la soglia delle stanze più interne.
Altri precetti di Confucio erano volti a governare la vita di una donna, per tutto l'arco della sua esistenza. Il primo consisteva nelle Tre Obbedienze: «Da bambina, obbedisci al padre; una volta sposata, obbedisci al marito; da vedova, obbedisci a tuo figlio». Il secondo elencava le Quattro Virtù codificanti la condotta e le occupazioni di una donna: «Sii casta e arrendevole, pacata e virtuosa nei tuoi atti; tranquilla e piacevole nelle parole; fine e misurata nei movimenti; perfetta nei lavori manuali e nel ricamo».
Solo le fanciulle che, fin dall'infanzia, si attenevano a questi principi erano in grado di diventare donne virtuose.

L'intera società e persino la gerarchia familiare imponevano alla donna un imprescindibile reticolo di precetti a cui attenersi.
Ci si aspetta che una donna voglia bene ai figli appena questi le escono la ventre, eppure al lettore capiterà sovente di fare conoscenza con giovani madri deluse dalla nascita di una bambina, oppure invase da una tetra malinconia dopo aver messo al mondo un maschio. Una donna poteva amare una figlia con tutta l'anima, ma era costretta a crescerla nella sofferenza; solo i maschi potevano concentrare su di sé l'affetto profondo dei genitori, ma per la propria madre non vi sarebbe stata mai la possibilità di fare autenticamente parte della loro realtà.
Una piccola figlia istintivamente amava i genitori, che si prendevano cura di lei, nonostante fosse considerata fin dal primo vagito un "ramo secco" dell'albero familiare, un peso inutile per la gerarchia della casa, da cui sarà condannata, con il matrimonio, ad allontanarsene per sempre.

Si supponeva, inoltre, che una sposa si innamorasse del proprio marito fin dal giorno del Contratto di parentela, anche se non lo avrebbe visto in faccia per altri sei anni. Veniva a lei richiesto di voler bene ai suoceri, sebbene una giovane moglie entrasse nella nuova famiglia da sconosciuta, inferiore a chiunque altro, con un rango appena al di sopra di quello dei servi.
Una donna si doveva sposare trasferendosi in un nuovo nucleo familiare, per poi presentarsi a un marito sconosciuto e fare l'amore con lui da perfetta estranea ed infine sottomettersi ai capricci della suocera. Con un pò di fortuna, la dea concedeva come primogenito un maschio, assicurando così alla madre un rango rispettabile; in caso contrario, una donna andava incontro al perpetuo disprezzo della suocera, al dileggio delle concubine e alla delusione delle proprie figlie.
Si viveva  unicamente per soddisfare e compiacere gli altri.
I figli erano l'unico fondamento e la sola ragione di vita per una donna. Le conferivano un'identità e una dignità, insieme a protezione e sicurezza economica. La procreazione e il perpetuarsi delle dinastie, infatti, sono gli unici obiettivi che un uomo non può raggiungere se non con l'aiuto della moglie. Generando un figlio maschio, portatore del nome della propria stirpe, l'uomo realizzava il proprio supremo dovere filiale e la donna conquistava la sua massima gloria.

Queste convenzioni sociali, intestine alle famiglie, erano volte a garantire una certa stabilità in ogni provincia dell'impero, ma per le donne si traducevano in una vita di privazioni, sofferenze e violenza.
Senza dubbio, fra le varie sevizie a cui erano costrette a sottoporsi, la più agghiacciante era quella del bendaggio dei piedi, all'epoca del racconto usanza condotta ai suoi massimi eccessi e successivamente abolita da un decreto imperiale del 1902; ci vollero ben cinquant'anni affinché la pratica scomparisse definitivamente anche nelle più remote provincie rurali.
La fasciatura consisteva nel deformare la struttura ossea dei piedi della bambine in tenera età fino a ridurli a "gigli dorati", monconi lunghi dai sette ai dodici centimetri, che determinavano una andatura oscillante come quella di un fiore di loto in balia del vento.
Le dimensioni dei gigli dorati avrebbero  determinato il valore della bambina come sposa. Agli occhi della famiglia del marito, due piedi minuscoli sarebbero stati la prova dell'autodisciplina e della capacità di sopportazione, attributi essenziali per affrontare i dolori del parto o qualsiasi disgrazia disposta dal destino; due piedi minuscoli avrebbero mostrato a chiunque un'attitudine all'obbedienza e le scarpette ricamate dalla bambina stessa avrebbero confermato le abilità nelle arti domestiche. Aspetto ancor più fondamentale, i gigli dorati erano destinati ad affascinare lo sposo nei momenti più intimi, suscitando un forte impulso erotico e svolgendo un ruolo fondamentale, quindi, anche nel sesso e nella procreazione.

Questo atroce rituale, che provocava sofferenze profonde alle bambine a cui veniva sottoposto, non determinava unicamente una costrizione degli arti, ma, al contempo, strangolava lo spirito.
Soffocata dalla tradizione e dalle usanze della propria cultura, Giglio Bianco sarà condannata a una vita da reclusa, costretta, come tutte le altre donne, in un sistema di gabbie e di scatole cinesi, a cui sarebbe stato impensabile ribellarsi. L'unico spiraglio, l'unico soffio d'aria benefico all'interno della nebulosa tela del costume cinese è rappresentato dal sentimento che la piccola protagonista, per indulgente concessione del Fato, si ritroverà a provare per la sua laotong, la sua "vecchia sè stessa", la sua sorella per la vita: Fiore di Neve.

Giglio Bianco e Fiore di Neve non si conobbero fino ai sei anni, ma erano destinate ad intrecciare una sorellanza eterna per i numerosi caratteri che le accomunavano: erano nate nello stesso giorno, nel medesimo mese e anno, avevano un'identica statura, erano ugualmente belle e, soprattutto, avevano intrapreso la fasciatura dei piedi nello stesso giorno. Sarà proprio la loro amicizia, il loro legame di "anime gemelle" a permetterle di sopravvivere insieme, navigando abbracciate e unite in una vita di scoramento, dolore e reclusione. Ed è proprio della forma più spontanea e immediata dell'amore, l'amicizia, di cui sono imbevute le pagine di questo romanzo, contenenti tutti quegli elementi -la gioia, la condivisione, la complicità, l'erotismo inespresso- che danno a due amiche un potere superiore a quello di ogni altra coppia, che, a volte, neppure i mariti sono in grado di eguagliare.

L'affetto fra due vecchie sè stesse è un legame inscindibile. Il vincolo con la propria laotong ha origine da una libera scelta, l'unica, forse, che Giglio Bianco e Fiore di Neve potranno compiere nella loro vita. Nel momento in cui le due bambine dai piedi bendati si guardano negli occhi, per la prima volta, all'interno della portantina, scatta e si compie un meccanismo inarrestabile: come la favilla capace di accendere un fuoco o come il seme da cui avrà origine un'intera risaia, quel primo timido sguardo determinerà un sentimento imponderabile.
Nel corso degli anni e della narrazione, il loro affetto sarà destinato a crescere fino ad assumere le sembianze di un amore vero e profondo, germogliato e protetto grazie alla reciproca collaborazione, con duro lavoro, volontà incrollabile e favore della natura.
A cementare questo rapporto, il nu shu, la scrittura segreta delle donne, altro straordinario elemento descritto con grande maestria da Lisa See.

Secondo la tradizione cinese, gli uomini hanno il cuore di ferro, mentre le donne sono fatte d'acqua.Questa caratteristiche trasparivano in maniera molto evidente dalle rispettive scritture.
La scrittura maschile -quella, ancora oggi, adottata- possiede più di cinquantamila ideogrammi, ben diversi l'uno dall'altro, ciascuno dotato di profondi significati e differenti sfumature di senso. Il nu shu, invece, la scrittura femminile oggi ormai completamente scomparsa, contava unicamente seicento caratteri, di cui le donne si servivano foneticamente per creare circa diecimila parole.
Per apprendere e padroneggiare la scrittura degli uomini occorre una vita intera; al contrario, il nu shu veniva insegnato alle bambine in pochi anni per comunicare fra di loro ed era fondamentale ricavare il significato di ogni singolo carattere dal contesto in cui era scritto, pena atroci malintesi.
Gli uomini, in fondo, discutevano essenzialmente del mondo esterno, della letteratura, del denaro, mentre le donne non avevano altro di cui scrivere se non la realtà domestica e la vita interiore: bambini, faccende quotidiane e sentimenti erano gli argomenti prediletti dalle fanciulle come dalle vedove.

Eppure il vero scopo per cui, nel corso dei secoli, le donne svilupparono una propria scrittura segreta era un altro: al contrario di quanto le protagoniste saranno portate a credere nel comporre le loro prime missive, il nu shu non serviva a redigere bigliettini infantili da inviarsi a vicenda, infarciti delle più sterili frasi di circostanza.
Il nu shu dava alle donne -entità invisibili in un mondo di tribolazioni- una voce. Il nu shu permetteva alle donne di avvicinarsi l'una all'altra, nonostante la difficoltà nel muoversi sui gigli dorati; metteva le ali ai pensieri e costituiva una valvola di sfogo, al contrario della credenza prettamente maschile per la quale le donne non possiedono mai nulla di interessante da dire.
La società cinese ottocentesca non si aspettava che le proprie donne provassero emozioni o fossero in grado di formulare idee creative: il nu shu dava loro questa possibilità. Era in grado di rivelare la verità sulle vite di ciascuna, per quanto, anche due laotong, potessero trovarsi lontane l'una dall'altra.
Il nu shu costituirà il più luminoso raggio di speranza dell'intero romanzo, eppure, la tragica ironia della vita determinerà la sofferta conclusione delle vicende per un banale errore di lettura; le sfumature e le ombreggiature di una singola linea tracciata sulla piega di un ventaglio, trasmuteranno la storia, determinando una svolta inaspettata nel corso degli eventi.

Il racconto di Fiore di Neve e il Ventaglio Segreto è tanto inquietante quanto bello e ineffabilmente triste. Lisa See compone una novella intrisa di pura grazia femminile, che mantiene, tuttavia, gli occhi puntati su un mondo e un tempo estremamente lontani dal nostro nuovo millennio, componendo con acume e delicatezza un ritratto autentico di una cultura e di un'epoca.
E' difficile non identificarsi con Giglio Bianco e il suo disperato desiderio di essere toccata in quel luogo che comunemente chiamiamo "anima", attraverso una connessione appassionata con un'altra sé stessa - desiderio che qualunque donna, almeno una volta nella vita, si ritrova a provare.

Per quanto fosse per lei inopportuno sia desiderarlo che aspettarlo, Giglio Bianco, per tutta la durata del racconto, aspirerà all'Amore. Nei suoi anni di latte, nutrirà il sogno di vedersi amata e apprezzata dalla madre e da tutti gli altri membri della famiglia: per fare questo, si sforzerà di adeguarsi alle loro aspettative, si lascerà fasciare i piedi e non emetterà neppure un sospiro quando le verranno spezzate le ossa affinché arrivassero ad assumere una forma migliore.
Eppure i dolori più tormentosi che avrebbe dovuto affrontare sarebbero stati quelli del cuore, della mente e dell'anima. Oltre a deformarle i piedi, la fasciatura contribuirà a cambiarla radicalmente: il processo di costrizione non cesserà mai per tutto il corso della sua vita e la trasformerà dalla bambina arrendevole delle prime pagine alla donna più altolocata della contea, fino ai quarant'anni, quando la rigidezza dei suoi gigli dorati si trasferirà al suo cuore, talmente aggrappato alle ingiustizie subite e ai risentimenti accumulati, tanto da impedirle di perdonare colei che arriverà ad amare più di ogni altra cosa al mondo: la sua laotong.

Giglio Bianco, nel narrare la propria storia, scorre le pieghe del ventaglio a cui lei e Fiore di Neve affidarono grazie al nu shu i loro pensieri più intimi e, attraverso il filtro dei suoi ricordi, il lettore è in grado di ricostruire una vita intera, dove, al termine di tutto, l'amicizia rimane la costante sempiterna, fondamentale e indissolubile.
La prosa traslucida di Lisa See brilla della bellezza del XIX secolo e della cultura cinese, ma al contempo ci fa bruciare di indignazione per la sua bruttezza sessista e le ingiustizie perpetrate. Portando alla luce il mondo segreto di queste donne comuni, Lisa See evoca un'umanità aliena che, forse, è la migliore da perdersi, ma non certo da dimenticare.